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...El porte pasiensa sior Capelan, che co l'è tut fenì ghe faron 'na ceséta...". Così si esprimeva nel 1916 il trentenne capitano Gabriele Sante Nasci (futuro generale comandante dell’ARMIR), del battaglione "Feltre" (7° reggimento alpini), verso il suo Cappellano, don Luigi Agostini, che era alquanto risentito per le imprecazioni ed il frasario non proprio divinatorio usato dagli alpini sia nel fragore delle battaglie che durante i lavori di sistemazione delle posizioni lungo i durissimi sei mesi, da novembre 1916 a tutto aprile 1917, di quell'inverno, il più nevoso del secolo: lassù, nei pressi della Cima Cauriol (2495 m), nevicò ben novantadue volte, accumulando dieci metri del bianco elemento e provocando centinaia di morti per le conseguenti valanghe. Finalmente la primavera-estate del 1917 si rivelò relativamente tranquilla sul fronte delle “Alpi di Fassa” e il Capitano Nasci provvide ad onorare quella sua promessa.
Fu individuato il posto, alla base del lungo e ripidissimo camminamento che portava in vetta del Cauriol presso il comando italiano, e al centro di un quadrivio di mulattiere lastricate: luogo attorniato da una quarantina di baracche ricovero, in una posizione defilata dal Piccolo Cauriol (2404 m). La quota: 1870 metri, in territorio catastale di Pieve Tesino, al confine con Canal S.Bovo (TN), allora di proprietà dei conti di Wolkenstein, e dal 1933 proprietà Cellini. Artefici principali gli alpini dei battaglioni “Feltre", "Val Cismon" e "Valbrenta", quasi tutti veneti, ottimi lavoratori della pietra, e gli alpini del battaglione "Monrosa", piemontesi-lombardi, con i rispettivi comandanti: Nasci, Scandolara, Benedetti, Busa, gli ufficiali Basile, Berti, Moro, Bonsembiante, Monelli, Manaresi, Buzzetti e molti altri.
All'interno un rustico altare di pietra e tronchetti, sei panconi, quattro candelieri, una statua della Madonna Addolorata.....
Lo scopo facilmente intuibile: oltre che mantenere la promessa fatta, il doveroso ricordo di centinaia di loro commilitoni periti nelle azioni per la conquista della vetta. I lavori, con i pochi mezzi a disposizione e a quelle altitudini, iniziarono a fine maggio 1917 e procedettero a giorni alterni per tutta la primavera-estate, malgrado che qualche cannonata di disturbo, qualche azione sporadica o qualche "pallottola vagante" fosse sempre da attendersi, come difatti fu. La costruzione aveva una base di sei metri per sette circa, con porta centrale affiancata da due finestroni a bifora con arcate tondeggianti, rosone centrale con effigi, sovrastato all'apice del tetto da una robusta croce monoblocco in porfido, come pure in monoblocco di porfido erano i quattro pilastri cantonali, base 50x50 cm, alti 2,70 m, incorporati negli angoli esterni. Tetto a due spioventi in cemento con sopra adagiata una grossa lamiera zincata ondulata, fermata da correntoni in legno e blocchi di pietra. Poco il cemento, essenziale la pietra, reperita sul posto o qualche decina di metri più a monte. All'interno un rustico altare di pietra e tronchetti, sei panconi, quattro candelieri, una statua della Madonna Addolorata, tovaglia, quattro blocchi di porfido, murati due per parte dell'altare, recanti gli stemmi dei quattro battaglioni scolpiti in altorilievo con arte, e quali portafiori una decina di bossoli calibro 149, 102, 75, 65 mm. La facciata principale, volta verso valle con il Cauriol alle spalle a buona guardia, era visibile da Caoria (in linea d'aria otto chilometri) ed era esposta al sole per lunghe ore, dall'alba al tramonto: anche in dicembre il luogo ha il sole già alle sette e un quarto, quando sorge da dietro le Dolomiti orientali mentre nei fondovalle del Vanoi e di Fiemme il sole arriva alle dieci. Possiamo affermare che era la più bella e la più toccante di tutte le cappelle-chiesette di guerra dell'intero Lagorai.
Sulla colonna di destra è incisa la scritta “7° ALPINI BATT.FELTRE 27-8-1917” La prima Messa ebbe luogo il 15 settembre 1917 con la benedizione e la dedica alla Madonna dei Sette Dolori. Celebrante don Luigi Agostini del "Feltre", assistito da don Amedeo Girotti, cappellano del battaglione "Monte Arvenis". In seguito all'interno fu tappezzata da decine di lettere e cartoline scritte da famigliari, foto di spose e bimbi sdrucite da mesi nelle tasche o nei portafogli, oggetti imploranti il ritorno del papà, del figlio, dello sposo. La chiesetta ebbe esercizio assai breve, una cinquantina di giorni, per il fatto che il 3-4 di novembre 1917 tutta la zona, così duramente contesa, dovette essere abbandonata in conseguenza dei tristi fatti di Caporetto. I soldati, partendo, salutarono la chiesetta con giaculatorie a voce sommessa e con qualche lacrima agli occhi. Li aspettava purtroppo un'altra serie di ancor più sanguinose battaglie sul fronte del Monte Grappa. Il tempietto passò tacitamente in mano austriaca, la cui truppa, in gran parte cattolica (rutena, ceca, ungherese, polacca ecc.) ebbe gran rispetto. Poi, un anno dopo, nel novembre 1918, cambiò di nuovo nazionalità tornando agli italiani. Ne seguì l'abbandono totale. Nessuno la prese in consegna, nemmeno i curati di Caoria. La chiesetta rimase lassù, alla mercè di curiosi, pastori delle malghe Laghetti e Coldosè e recuperanti di mestiere. Sparirono i pochi arredi interni, gli stemmi di pietra di cm 40x40 sopra citati, la croce, la statua dell'Addolorata (che è conservata a Bologna dal figlio del Cap. Angelo Manaresi), la testata interna in pietra recante la scritta ALMAE VIRGINI MONROSAE (che ora fa da architrave ad una porta di Caoria), le lettere, le foto, gli ex voto. Nell'estate 1937 fu addirittura fatta saltare con l'esplosivo da recuperanti di professione allo scopo di recuperare quanto di ferro c'era: putrelle, chiavarde, pattabanda ecc. Una desolazione!... Dopo tanti anni, a forza di esplorare la zona, venne individuata: ma che strazio! Tutto a terra in cocci, i pilastri coperti di muschio fra una sterpaglia soffocante e grandi abeti rossi nati anche sulle sbrecciature dei muri.
Il tempietto passò tacitamente in mano austriaca, la cui truppa, in gran parte cattolica (rutena, ceca, ungherese, polacca ecc.) ebbe gran rispetto. Poi, un anno dopo, nel novembre 1918 la chiesetta monte cauriol cambiò di nuovo nazionalità tornando agli italiani. Ne seguì l'abbandono totale. Nessuno la prese in consegna, nemmeno i curati di Caoria. La chiesetta rimase lassù, alla mercè di curiosi, pastori delle malghe Laghetti e Coldosè e recuperanti di mestiere. Sparirono i pochi arredi interni, gli stemmi di pietra di cm 40x40 sopra citati, la croce, la statua dell'Addolorata (che è conservata a Bologna dal figlio del Cap. Angelo Manaresi), la testata interna in pietra recante la scritta ALMAE VIRGINI MONROSAE (che ora fa da architrave ad una porta di Caoria), le lettere, le foto, gli ex voto. Nell'estate 1937 fu addirittura fatta saltare con l'esplosivo da recuperanti di professione allo scopo di recuperare quanto di ferro c'era: putrelle, chiavarde, pattabanda ecc. Una desolazione!... Dopo tanti anni, a forza di esplorare la zona, venne individuata: ma che strazio! Tutto a terra in cocci, i pilastri coperti di muschio fra una sterpaglia soffocante e grandi abeti rossi nati anche sulle sbrecciature dei muri.
Images by Gruppo Alpini Caoria